
Questa volta non parliamo di culinaria ma di "sapori di vita" quelli che ci hanno formato ed hanno costituito il nostro, quanto meno il mio, "album dei ricordi".
Per coloro che hanno avuto modo di viaggiare con me lungo la storia e la cultura d'Italia sanno quanta enfasi io metta nel porre in evidenza alcuni aspetti della vita di un tempo che, sebbene dura e faticosa, conteneva molti più valori e ricchezze di quanto si possa credere.
Nel lavoro e nella fatica di quei tempi si cela un sapore di vita e rapporti sociali ormai probabilmente perduti per sempre.
Questa è una bellissima poesia che mi pregio di diffondere.
Un gran temporale d’estate. Immenso serpente liquido il torrente.
Quando la furia s’appagò lo raggiunsi per camminare felice tra
pietre e acqua immerso in un acre profumo di terra viva.
Di repente un canto di donne melodia una po’ araba un po’ calabrese
il ritmo marcato da lenzuola attorcigliate battute sulle pietre,
come schiavi neri marcando i loro tristi canti a colpi di martello.
Però nella iridescente fiumara di quasi nero c’erano soli i grandi
pezzi di sapone il meraviglioso sapone fatto con i resti delle olive
dopo la spremitura nei frantoi. Le lenzuole di biancore abbagliante.
Tra la spuma, non così bianca come la nivea pelle delle contadine,
qualcuna nuda fino alla cintura, forti seni come marmo, schiene
michelangiolesche.
Quanta bellezza dio, in un lavoro così umile e semplice.
Quanta armonia tra canto e colpi. Più che lavoro, una festa della
natura acqua, spuma, biancore, corde vocali vibrando di gioia
muscoli gonfi di vita.
Poi giunse la lavatrice.
Addio vigore, addio canti, addio feste di acqua e sole.
A cambio, rumore, seni cadenti biancheria non pulita ma
sbiancata, meglio dire imbiancata, mare e fiumi avvelenati
Per una vita facile, dicono per guadagnare tempo, dicono
e riempirlo con Prozac la felicità in pillole.
Lo chiamano progresso.
